Saturday, August 03, 2013

 

The Sensual Love of Books

Franco Ferrarotti, Leggere, Leggersi (Rome: Donzelli, 1998), pp. 12-13 (tr. Eric Thomson):
I confess unashamedly that I love books with a love that is sensual, physical. I love their dust. It penetrates everywhere. It causes itching of the lining of the nose and flows like powder under avid fingertips. I love to slowly caress the rough paper, that of the old editions, grainy, like 'cheese paper'. I hate glossy paper that smacks of the entertainment magazine for gentlemen sitting resignedly in the dentist's waiting-room.

I approach the book as I would a delicious meal. I walk around it. I sniff it. I love cutting the pages. It is a sort of first, furtive reading, a peek on the sly, here and there. The impatience of a pleasure deferred. I know it's a pleasure that is suspect in the eyes of ardent feminists. It suggests penetration, invasion of a territory that is not one's own. But reading means leaving one's self to return enriched, shaken, perhaps for ever torn from tranquil and stagnant torpor, awakened from the sleepwalking of everyday life.

I don't care for the books of the present day. I can scarcely abide their pages ready cut and geometrically aligned by the trimmer. Beyond these preferences, the truth is I love all books of every format, in octavo or pocket-sized, of every size and thickness, glossy, coloured, dressed-up like chocolates to win a lasting place in the shop-window, like seasoned prostitutes to catch the distracted eye of the occasional passer-by, not to look out of place next to toys and the gadgets of a world desperately seeking emotions it does not deserve and will not have. I love all books without distinction, bound and gold-tooled as well as the humble paperback, rich and poor. They are the friends to whom I owe everything.
The Italian:
Confesso senza pudore di amare i libri di un amore sensuale, fisico. Adoro la loro polvere. Si insinua ovunque. Provoca il prurito alle mucose nasali e scorre come cipria sotto le avidi falangette. Amo accarezzarne lentamente la carta ruvida, quella delle vecchie edizioni, granulosa, come «carta da formaggio». Detesto la carta patinata che sa di rivista di intrattenimento per signori che aspettano rassegnati nell'anticamera del dentista.

Mi avvicino al libro come a un pasto prelibato. Gli giro intorno. Lo annuso. Adoro tagliarne i fogli. È una sorta di prima, furtiva lettura, uno sbirciare di straforo, qua e là. L'impazienza di un piacere differito. So che è un piacere sospetto agli occhi delle femministe ardenti. Sa di penetrazione, di invasione di un territorio che non è proprio. Ma leggere vuol dire uscire da sé solo per rientrarvi, tornare dentro di sé arricchiti, scossi, forse per sempre strappati al torpore quieto e stagnante, svegliati dal sonnambulismo del quotidiano.

Non mi vanno i libri di oggi. Supporto male le loro pagine già ritagliate e geometricamente allineate col taglierino. Al di là di queste preferenze, amo in realtà tutti i libri di ogni formato, in ottavo o tascabili, di ogni spessore e dimensione, patinati, colorati, agghindati come cioccolatini per conquistarsi un posto e resistere in vetrina, attrarre come invecchiate prostitute l'occhio distrato del passante occasionale, non sfigurare accanto ai giocattoli e agli aggeggi di un mondo alla disperata ricerca di emozioni che non si merita e che non avrà. Amo tutti i libri senza distinzioni, rilegati con fregi in oro e in umile brossura, ricchi e poveri. Sono gli amici cui devo tutto.
Hat tip: Eric Thomson.



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